STUDIO AVVOCATI PAGANO

STUDIO AVVOCATI PAGANO

LO STUDIO

L’inarrestabile succedersi di norme, sempre più stringenti e articolate, che regolano minuziosamente l’attività di impresa comporta un costante e arduo impegno per le Società di oggi

AREE DI ATTIVITA

Sap si occupa prevalentemente di diritto penale di impresa, assiste Società, manager, direttori, funzionari, dirigenti, preposti, impiegati, in questioni giudiziali ed extragiudiziali sulle seguenti materie

I PROFESSIONISTI

Per qualsiasi informazione o chiarimento, siamo sempre a disposizione. Per contattarci scrivere a segreteria.milano@avvocatipagano.it

LE ULTIME NEWS

Aggiornamento Protocollo Condiviso COVID

Il 30 giugno 2022, le parti sociali ed i Ministeri del lavoro, della salute e dello Sviluppo economico, con l’Inail, hanno sottoscritto il nuovo Protocollo per il contrasto e il contenimento della diffusione del virus SARS-COV-2/COVID-19 negli ambienti di lavoro, che aggiorna e sostituisce il precedente del 6 aprile 2021.

Con la cessazione dello stato di emergenza, in assenza di una disposizione vincolante di legge  il Protocollo, anche nella sua versione attuale, mantiene la caratteristica della volontarietà. Tuttavia, visto il permanere della situazione di contagio diffuso e considerata la norma che tutela il datore di lavoro in caso di adozione del protocollo contenuta nell’art. 29bis introdotto dalla L. n. 40/2020, il 4 maggio 2022 le parti sociali hanno convenuto sulla raccomandazione di continuare ad applicare, in via volontaria, il Protocollo. il documento di sintesi rilasciato da Confindustria permette di avere un quadro immediato delle modifiche intervenute, tra cui segnaliamo le principali.

È stato confermato il punto essenziale del Protocollo secondo il quale “il virus SARS-CoV-2/COVID-19 rappresenta un rischio biologico generico, per il quale occorre adottare misure uguali per tutta la popolazione. Si tratta di una conferma importante, in via generale ed ai fini della impropria qualificazione del Covid come infortunio sul lavoro, ormai assodata dopo l’intervento chiarificatore della Corte Costituzionale.

Il Protocollo fa esclusivamente riferimento ai dispositivi di protezione delle vie respiratorie di tipo facciali filtranti FFP2, che sono DPI ai fini del Dlgs 81/2008. Ne consegue che la mascherina chirurgica, ai fini del Protocollo e delle sue conseguenze in termini di tutela del datore di lavoro, non costituisce più un rimedio efficace e non viene più neppure presa in considerazione.

Modalità di ingresso nei luoghi di lavoro
Nonostante sia da sempre facoltativa, è stato ritenuto opportuno confermare la disposizione secondo cui il datore di lavoro può misurare la temperatura corporea ai fini dell’accesso al luogo di lavoro, con le relative garanzia in materia di privacy, misura opportuna ritenuto il venir meno dell’obbligo di verifica del green pass,

Rientro al lavoro dopo il contagio (quindi dopo la fine dell’isolamento, e non dopo la quarantena, che non presuppone il contagio).
Sono state riprese in toto le prescrizioni contenute nell’art. 4 del decreto legge 4/22 e nella circolare n. 19680/2022 del Ministero della salute, isolamento di 7-10 o 21 giorni a seconda dei casi come previsto e  tampone molecolare.

Gestione degli appalti
Viene uniformato il comportamento dei lavoratori dell’impresa in appalto con quelli dipendenti del committente, in quanto tutti dovranno rispettare il protocollo dell’azienda committente.

Per pulizia e sanificazione in azienda, ricambio dell’aria, nonché precauzioni igieniche personali sono state confermate le previsioni contenute nel precedente protocollo.

Dispositivi di protezione delle vie respiratorie
Ad eccezione di due settori, quella della sanità e quello dei trasporti (escluso quello aereo), l’uso della mascherina nei luoghi di lavoro non è più obbligatoria.  Tuttavia si ribadisce che seppur attualmente obbligatorio solo in alcuni settori, rimane un presidio importante per la tutela della salute dei lavoratori ai fini della prevenzione del contagio nei contesti di lavoro in ambienti chiusi e condivisi da più lavoratori o aperti al pubblico o dove comunque non sia possibile il distanziamento interpersonale di un metro per le specificità delle attività lavorative.
Si tratta di un passaggio importante, perché il riferimento è espressamente all’uso della mascherina. Ciò significa che investiti del dovere di tenere comportamenti responsabili sono gli stessi lavoratori. Da una parte, cioè, si afferma l’obbligo del datore di lavoro di rendere disponibili per tutti i lavoratori i presidi delle FFP, dall’altra vengono sollecitati ad usarle i lavoratori in prima persona in determinate situazioni.  Per inciso, i lavoratori sono ovviamente liberi di usarle anche a prescindere di situazioni particolarmente a rischio.
Dal venir meno delle disposizioni – sia di legge che di Protocollo – che impongono o raccomandano l’uso della mascherina, deriva anche il venir meno del fondamento giuridico, per il datore di lavoro, del diritto/dovere di imporla. Vi possono essere, tuttavia, delle ipotesi particolarmente critiche, nelle quali – nonostante il venir meno dell’obbligo – non si può lasciare spazio all’autodeterminazione del lavoratore ed il datore di lavoro deve poter recuperare la gestione della tutela precauzionale.
Il medico competente o il RSPP possono indicare, sul piano tecnico od organizzativo, uno specifico motivo per il quale, nei contesti lavorativi critici sopra indicati (ambienti chiusi e condivisi da più lavoratori; ambienti aperti al pubblico; ambienti dove, comunque, non sia possibile il distanziamento interpersonale di un metro per le specificità delle attività lavorative), l’uso della mascherina viene reputato necessario.
In sostanza, devono essere presenti fattori ulteriori a quelli già critici, che rendono necessaria l’adozione di un presidio che, già reputato importante, diviene imprescindibile.
In presenza di tale eventuale indicazione, il datore di lavoro può imporre l’uso della mascherina ai lavoratori interessati, che dovranno indossarla, attivando un obbligo di vigilanza sul datore di lavoro stesso.

Gestione degli spazi comuni (mensa, spogliatoi, aree fumatori, distributori di bevande e/o snack)
La ripresa del contagio ha consigliato di mantenere inalterato lo schema relativo alla gestione degli spazi comuni.
Anzi, laddove il medico o il RSPP lo ritengano, proprio il contingentamento dei tempi di utilizzo di detti spazi potrebbe essere occasione di valutazione di particolare rischio di contagio, tale da giustificare l’indicazione di un uso obbligatorio delle mascherine, per il tempo di presenza negli spogliatoi

Organizzazione aziendale (turnazione, trasferte e lavoro agile e da remoto, rimodulazione dei livelli produttivi)
Tutto il precedente paragrafo del protocollo è stato soppresso col venir meno dei corrispondenti obblighi e divieti di legge.

Gestione entrata e uscita dei dipendenti
Non ci sono state invece modifiche a questa parte del protocollo già in vigore. Rimane certamente una delle situazioni da valutare nei termini sopraddetti da parte del Medico Competente.

Spostamenti interni, riunioni, eventi interni e formazione
Come novità si segnala che  la formazione obbligatoria in materia di salute e sicurezza sul lavoro può essere erogata sia con la modalità in presenza sia con la modalità a distanza, attraverso la metodologia della videoconferenza in modalità sincrona, tranne che per le attività formative per le quali siano previsti un addestramento o una prova pratica, che devono svolgersi obbligatoriamente in presenza.

Gestione di una persona sintomatica in azienda
Non vi sono modifiche particolari, se non il riferimento alla più recente normativa in tema di isolamento (art. 4 DL 24/2022), il richiamo alla FFP2 invece che alla mascherina chirurgica e l’eliminazione del tema del tracciamento.

 

Oggi e domani tutti gli avvocati penalisti italiani sono in sciopero, per i vostri diritti

Il diritto ad essere giudicato da chi ha assunto la prova.

Oggi e domani, aderendo all’astensione dalle udienze proclamata dall’Unione delle Camere Penali, anche tutti gli avvocati dello Studio si asterranno da qualsiasi attività giudiziaria sul territorio nazionale.

Vi spieghiamo perché.
L’articolo 477 del codice di procedura penale prevede, al suo primo comma, che “quando non è possibile esaurire il dibattimento in una sola udienza”, il giudice “dispone che esso venga proseguito nel giorno seguente non festivo” mentre, al secondo comma, che “il giudice può sospendere il dibattimento soltanto per ragioni di assoluta necessità e per un termine massimo che, computate tutte le dilazioni, non oltrepassi i dieci giorni, esclusi i festivi”.
Abbiamo chiaro che i processi di oggi possono essere molto complessi, e richiedere molte udienze, basti pensare a quelli di responsabilità medica, o quelli per reati ambientali, e legati alle attività di impresa in genere: ogni processo ha e deve avere i suoi tempi in cui svolgere scrupolosamente tutte le attività necessarie ad accertare la verità. Ma i tempi non possono e non devono dilatarsi ingiustificatamente e all’inverosimile. E questo lo affermano con forza gli avvocati, spesso tacciati nell’immaginario collettivo di ostacolare il procedere del giudizio a vantaggio dell’assistito.
Il problema è, invece, che a fronte di  una regola precisa che poi è una garanzia fondamentale per il cittadino – chiaramente ispirata al sistema processuale angloamericano che richiede di concentrare il processo  in una serie di udienze tra loro molto ravvicinate  –  la prassi, comune a tutti i Tribunali, è quella per cui i dibattimenti si trascinano per mesi o più spesso per anni con udienze successive calendarizzate a distanza anche di parecchi mesi l’una dall’altra.  E’ questo un grave nocumento per tutte le persone che rimangono anni sottoposte a processo, innocenti fino a sentenza definitiva spesso solo sulla carta, e quindi un fallimento per tutta la giustizia.
Il problema della ragionevole durata del processo è più che mai attuale: stando ad una indagine condotta dal Sole 24 Ore, nel dicembre 2019 la durata media di un processo di primo grado andava dai 184 giorni del Tribunale di Trento fino ai 635 giorni del Tribunale di Salerno; e la situazione, complice, prima la sospensione, e poi la lenta – più lenta che in qualsiasi altro settore – ripresa dell’attività giudiziaria a seguito dell’emergenza pandemica, non è certo migliorata.
Il problema della ragionevole durata del processo è più che mai sentito. Purtroppo non se ne discute quasi mai con lo sguardo rivolto a chi si trova per un lunghissimo tempo in un angosciante  limbo, ma piuttosto per l’allarme – spesso amplificato senza ragione –  del numero di sentenze di prescrizione con cui si concludono i processi.  Per ovviare a questo epilogo,  si assiste a ciclici interventi del legislatore volti ad allungare i termini di prescrizione dei reati – ormai giunti a estremi difficili da credere –  nel completo disinteresse di chi, di quei tempi è vittima (per fare un esempio, un imprenditore imputato di omicidio colposo per un fatto accaduto oggi potrà essere processato utilmente fino al 2037).

Il dilatarsi dei tempi dei processi ha anche un altro fisiologico effetto collaterale che è  l’avvicendamento del Giudice nel corso dello stesso giudizio. Nel corso di un dibattimento che si protrae per anni ed anni, è quasi inevitabile che spesso, per non dire spessissimo, accada che il Giudice davanti a cui è iniziato il processo cambi funzione, venga trasferito in altra sede, vada in pensione e così via. Che succede in questi casi? E perché è stata indetta l’astensione da parte degli avvocati?

Uno dei principi cardine del giusto processo, sancito sia dalla nostra Costituzione che dalla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, è quello per cui l’imputato ha il diritto di essere giudicato dallo stesso giudice davanti a cui è stata raccolta la prova;
Non sono fissazioni o isterie degli avvocati: l’ha più volte affermato la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, “la possibilità per l’imputato di confrontarsi con i testimoni in presenza del giudice che dovrà poi decidere sul merito delle accuse costituisce una garanzia del processo equo, in quanto permette a quest’ultimo di formarsi un’opinione circa la credibilità dei testimoni fondata su un’osservazione diretta del comportamento, con la conseguenza che ad ogni avvicendamento del giudice deve seguire, di norma, una nuova audizione del testimone le cui dichiarazioni possano apparire determinanti per l’esito del processo.

Un simile principio è talmente importante da essere stato ovviamente codificato in un articolo dedicato del nostro Codice di procedura penale e, precisamente, l’articolo 525 in cui si prevede espressamente che alla deliberazione della sentenza possono concorrere, a pena di nullità, solo gli stessi giudici che hanno partecipato al dibattimento.
In caso di mutamento del giudice, il Codice impone al giudice subentrante che dovrà decidere se assolvere o condannare, di procedere alla ri-assunzione della prova precedentemente assunta dal collega che sostituisce, e cioè di risentire i testimoni che avevano deposto davanti al giudice sostituito. I tempi ovviamente si allungano, non per colpa dell’imputato, ma la posta in gioco è importante. Tanto che a questa regola – fondamentale per un processo e una decisione giusta –   fino a qualche tempo fa si poteva derogare con il consenso dell’imputato, al cui solo era rimessa la scelta di rinunciare a questa garanzia, ed acconsentire a venire giudicato da chi il processo non lo aveva celebrato.
Finché è stato cosi, quando durante il giudizio cambiava Giudice, magari dopo che tutti i testimoni erano già stati esaminati,  si avvertiva spesso la forte pressione del Giudice subentrante a non ripetere l’attività svolta, si considerava dilatoria la mancata rinuncia,  si acconsentiva a rispettare la regola a volte con malcelato formale ossequio alle garanzie previste per il cittadino.

Il legislatore non è mai intervenuto per porre rimedio a questa causa di dilatazione dei tempi processuali divenuta francamente intollerabile; e così, come spesso accade, in luogo del legislatore, che avrebbe ad esempio potuto stabilire l’obbligo per il giudice che chiede di essere trasferito ad altra sede o funzione di concludere i processi in corso prima del trasferimento, sono intervenuti i giudici stessi. A stabilire però, con una sentenza, che la riassunzione della prova, nonostante la chiara lettera del codice che continua ad essere in vigore, non è più sempre dovuta e obbligatoria, ma diventa ipotesi del tutto eccezionale connessa al ricorrere di stringenti criteri, mai  previsti da alcuna disposizione di legge (!).
Nel 2019 con  sentenza della Corte di Cassazione a Sezioni Unite è stata dunque  stravolta, riscrivendola, quella fondamentale garanzia chiarissimamente consacrata nell’articolo 525 che prevede, e continua a prevedere (!), pena la nullità della sentenza, la perfetta coincidenza tra giudice che ha assunto le prove e giudice che decide sulla base di quelle prove.
Dopo quella sentenza delle Sezioni Unite, il giudice subentrato può decidere limitandosi a leggere le trascrizioni delle prove raccolte mesi o anni prima da un altro giudice (o davanti ad altri giudici perché gli avvicendamenti possono essere molteplici). E così accade nella stragrande maggioranza dei processi celebrati in Italia perché ciò che, per legge, doveva essere un’eccezione rimessa alla scelta dell’interessato,  è oggi divenuto la regola.
Ancora una volta, si barattano i tempi del processo con le garanzie fondamentali dei cittadini. In seguito alla pronuncia di quella sentenza, si è venuta a creare, come affermato in una lettera inviata dall’Unione delle Camere Penali a tutti i Presidenti dei Tribunali e delle Corti di Appello, “una situazione davvero insostenibile” dalle conseguenze “che non esistiamo a definire letteralmente devastanti sulla qualità della giurisdizione e sui processi fondativi del giusto processo”.
A quella lettera in cui veniva denunciata “l’intollerabile prevalenza di esigenze del tutto personali – ancorché legittime – del giudice sul diritto dell’imputato ad essere giudicato da chi ha assunto la prova” e con cui si preannunciava l’intendimento dei penalisti italiani a “contrastare con forza e con ogni iniziativa, nei processi e fuori dai processi, questa inammissibile negazione dei principi costitutivi del giusto processo”, ha fatto seguito la delibera di astensione che ci porta oggi, e domani, ad astenerci dallo svolgimento di qualsiasi attività processuale.
In questi giorni sono in corso di definizione i decreti delegati della c.d. “Riforma Cartabia” per l’efficientamento del processo penale ed è, pertanto, fondamentale, come si legge nella citata delibera di astensione delle Camere Penali Italiane, “sollecitare Governo e Parlamento ad assumere immediati provvedimenti in grado di risolvere le storture determinatesi nel sistema e così riaffermare l’inderogabilità dei principi del giusto processo”.

Il Modello idoneo secondo la giurisprudenza di Cassazione: una fondamentale pronuncia in tema di responsabilità amministrativa degli enti

Pochi giorni fa davamo conto dei risultati emersi da uno studio condotto dall’Università Statale di Milano sugli esiti dei processi nei confronti degli enti celebrati davanti al Tribunale di Milano tra il 2016 ed il 2021(vedi Sap News del 9 Giugno 2022); stante lo sconfortante numero di sentenze, oltre la metà, in cui si era giunti alla condanna di enti pur dotati di un Modello Organizzativo, auspicavamo un’inversione di rotta della giurisprudenza che potesse essere più propensa a riconoscere gli sforzi di tutte quelle società che, volontariamente e sostenendo costi economici ed organizzativi non indifferenti, avevano adottato un proprio Modello Organizzativo, modificato pesantemente le prassi operative, con la legittima aspettativa di andare esenti da responsabilità.

Accogliamo, pertanto, con soddisfazione la recente sentenza n. 23401/2022 del 15 giugno 2022 con cui la Sezione Sesta della Corte di Cassazione, intervenuta all’esito di un procedimento per aggiotaggio iniziato proprio davanti al Tribunale di Milano, ha affrontato una serie di questioni davvero cruciali in materia di responsabilità amministrativa degli enti.

In questo nostro breve commento ci soffermeremo sulle fondamentali e confortanti indicazioni che sono state fornite, e che auspichiamo saranno scrupolosamente seguite, ai Giudici chiamati a pronunciarsi sull’idoneità di un Modello Organizzativo nell’ambito di un processo.

Ricordato che l’articolo 6 del Decreto 231, in relazione ai reati commessi dagli apicali, prevede che “l’ente non risponde se prova che l’organo dirigente ha adottato ed efficacemente attuato, prima della commissione del fatto, modelli di organizzazione e di gestione idonei a prevenire reati della specie di quello verificatosi”,  la Corte di Cassazione precisa subito che tale norma “non prevede alcuna inversione dell’onere probatorio”, ragion per cui è preciso onere dell’accusa, una volta dimostrata l’esistenza di un reato presupposto commesso da un soggetto apicale nell’interesse o a vantaggio dell’ente, fornire “gli elementi indicativi della colpa di organizzazione dell’ente, che rendono autonoma la responsabilità di quest’ultimo”.

Certamente, aggiunge la Corte, “la commissione del reato non equivale a dimostrare che il modello non sia idoneo” perché “il rischio di reato viene ritenuto accettabile quando il sistema di prevenzione non possa essere aggirato se non fraudolentemente, a conferma del fatto che il legislatore ha voluto evitare di punire l’ente secondo un criterio di responsabilità oggettiva”; detto altrimenti, l’accusa non può assolvere al suo onere probatorio limitandosi ad affermare che se fosse stato adottato un Modello idoneo non sarebbe stato commesso alcun reato perché “l’ente risponde in quanto non si è dato un’organizzazione adeguata, omettendo di osservare le regole cautelari che devono caratterizzarla”.

Fissato questo primo fondamentale principio, assolutamente condivisibile e finalmente espresso a chiare lettere anche dalla Corte di Cassazione, si legge in sentenza che la valutazione sull’idoneità del Modello – che il Giudice dovrà svolgere collocandosi “idealmente nel momento in cui il reato è stato commesso” per “verificarne la prevedibilità ed evitabilità qualora fosse stato adottato il modello virtuoso”” – dovrà necessariamente riguardare la sua attuazione “basandosi su elementi di fatto concreti, raccolti in istruttoria (testimonianze, perizie, prove scientifiche)”.

Con simili affermazioni la Corte di Cassazione intende, quindi, mettere in guardia i Giudici dal ricorso a qualsiasi automatismo o presunzione pretendendo che la colpa dell’ente venga accertata e provata attraverso gli stessi criteri già utilizzati in altri ambiti del diritto penale per affermare la sussistenza di una colpa in capo alle persone fisiche; una piena e corretta equiparazione, dunque, tra ente e persona fisica dal punto di vista dell’elemento soggettivo che si pone in linea di continuità con quanto affermato in una recente pronuncia della Sezione Quarta (vedi ns. precedente news del 15.05.2022) là dove la Corte di Cassazione aveva già precisato che la “colpa di organizzazione” dell’ente riveste “la stessa funzione che la colpa assume nel reato commesso dalla persona fisica, quale elemento costitutivo del fatto tipico, integrato dalla violazione “colpevole” (ovvero rimproverabile) della regola cautelare”.

Ribaditi tali condivisibili principi, la sentenza n. 23401/2022 della Sezione Sesta, si sofferma, poi, sul parametro con cui il Giudice deve calibrare il proprio giudizio sull’idoneità del Modello Organizzativo preso in esame.

Tale passaggio è di assoluto e preminente rilievo perché riconosce un ruolo fondamentale alle indicazioni e alle misure preventive individuate dalle Linee-guida per la Costruzione dei Modelli Organizzativi che sono state elaborate nel corso degli anni da numerose associazioni di categoria tra cui ricordiamo, su tutte, quelle di Confindustria aggiornate, da ultimo, nel giugno 2021 (vedi Sap News del 25.06.2021). Ricordiamo, infatti, che l’art. art. 6, comma 3, del Decreto 231 prevede la possibilità di adottare i Modelli Organizzativi “sulla base di codici di comportamento redatti dalle associazioni rappresentative degli enti”, che a tale previsione ha fatto seguito l’elaborazione di numerose linee-guida da parte di numerose associazioni di categoria e che, nella prassi, a tali linee-guida si ispirano (o dovrebbero ispirarsi) tutti i Modelli Organizzativi adottati dalle società. Correttamente, la Corte afferma che la possibilità, riconosciuta dall’art. 6, comma 3, del Decreto 231, di adottare i Modelli Organizzativi sulla base delle linee-guida redatte dalle associazioni di categoria, serve sia a “fissare parametri orientativi per le imprese nella costruzione del Modello Organizzativo” sia a “temperare la discrezionalità del giudice nella valutazione dell’idoneità del modello stesso”.

Dal punto di vista dell’ente che deve costruire il proprio Modello o che volesse verificarne l’idoneità anche alla luce dell’evoluzione giurisprudenziale, è bene tenere presente che, ad avviso della Corte, tali linee-guida hanno, quindi, natura orientativa e “non costituiscono una regola organizzativa esclusiva ed esaustiva” perché il processo che porta all’adozione di un Modello Organizzativo è “un processo di auto-normazione” ed “è l’impresa, anche tenendo presenti le indicazioni delle associazioni di categoria, che individua le cautele da porre in essere per ridurre il rischio di commissione dei reati”.

Del tutto condivisibilmente la Corte di Cassazione riconosce, in sostanza, che le linee-guida elaborate dalle associazioni di categoria costituiscono un valido ed affidabile punto di partenza da cui muovere per elaborare un Modello “più singolare possibile, perché, solamente se calibrato sulle specifiche caratteristiche dell’ente (dimensioni, tipo di attività, evoluzione diacronica), esso può ritenersi effettivamente idoneo allo scopo preventivo affidatogli dalla legge”.

Ma, e qui sta uno dei passaggi più apprezzabili della motivazione offerta dalla Corte di Cassazione, dal punto di vista del Giudice chiamato a pronunciarsi sulla idoneità del Modello, la Corte fissa un principio che appare idoneo a limitare l’eccessiva discrezionalità con cui, fino ad oggi, si è proceduto ad esprimere i giudizi sull’idoneità dei Modelli Organizzativi in sede processuale.

In presenza di un Modello conforme alle linee guida delle associazioni di categoria, la Corte di Cassazione afferma, infatti, che “il Giudice sarà tenuto specificamente a motivare le ragioni per le quali possa ciò nonostante ravvisarsi la “colpa di organizzazione” dell’ente, individuando la specifica disciplina di settore, anche di rango secondario, che ritenga violata o, in mancanza, le prescrizioni della migliore scienza ed esperienza dello specifico ambito produttivo interessato, dalle quali i codici di comportamento ed il modello con essi congruente si siano discostati, in tal modo rendendo possibile la commissione del reato”.

La sentenza in commento affronta anche altre importanti e dibattute questioni in materia di responsabilità amministrativa degli enti, come quelle relative alla composizione dell’ Organismo di Vigilanza da cui dipende necessariamente il giudizio sull’idoneità del Modello ed al suo ruolo.

Sotto il primo profilo, il nodo processuale affrontato dalla Corte era se si potesse considerare idoneo il Modello che, nel caso di specie, prevedeva un Organismo di vigilanza monocratico,  interno aziendale, ed il cui componente era, nell’organigramma aziendale, alle dirette dipendenze degli organi apicali. Sulla scelta operata dalla Società coinvolta la Corte si dimostra, a ragione, molto perplessa. Come regola generale nella predisposizione di qualunque Modello si deve tenere a mente che una scelta di questo tipo, per usare le parole della Corte,  lascia ragionevolmente dubitare della autonomia ed indipendenza di cui per legge deve godere l’O.d.V.  Tuttavia,  anche in una situazione del genere,  la lacuna od il punto di debolezza dell’O.d.V.,  possono condurre a ravvisare una responsabilità dell’ente soltanto se abbiano avuto un’efficienza causale nella commissione del reato presupposto da parte del soggetto apicale, nel senso che la condotta di questi sia stata resa possibile, anche in via concorrente, proprio dall’assenza o dall’insufficienza delle  prescrizioni contenute nel modello comprese quelle che avrebbero dovuto garantire una adeguata autonomia ed indipendenza dell’O.d.V. E’, questa, come si è detto, l’unica lettura normativa possibile, per evitare tensioni con il principio costituzionale del divieto di responsabilità per fatto altrui (art. 27, primo comma, Cost.), peraltro applicabile anche al sistema sanzionatorio amministrativo (art. 1, legge. n. 689 del 1981) e, a maggior ragione, alla disciplina della responsabilità da reato degli enti.

La Corte  dirada anche le nubi che ciclicamente si addensano attorno al ruolo dell’O.d.V. Questione che sembra destinata a non sopirsi, e che spesso viene complicata più di quanto lo sia. Forti della chiarezza di questa pronuncia, possiamo mettere un punto fermo all’interno del dibattito, con le stesse parole della Corte: Un modello organizzativo che rendesse obbligatorio un preventivo controllo dell’O.d.V. di qualsiasi atto del presidente o dell’amministratore delegato di una società, sarebbe difficilmente conciliabile con il potere di rappresentanza, d’indirizzo e di gestione dell’ente, che la legge civile riconosce a quegli organi. Diversamente, l’organismo di vigilanza finirebbe  per trasformarsi in una specie di supervisore dell’attività degli organi direttivi e  d’indirizzo della società, inserendosi, di fatto, nella gestione di quest’ultima, ma, in tal modo, esorbitando dal compito affidatogli dall’art. 6, lett. b), d.lgs. 231, che è solamente quello di individuare e segnalare le criticità del modello e della sua attuazione, senza alcuna responsabilità di gestione. Peraltro, un potere così pervasivo risulterebbe attribuito a tale organo con esclusivo riferimento al profilo della responsabilità da reato, dando così luogo ad un groviglio di competenze e ad un’evidente disarmonia di sistema, dal momento che, in ordine agli effetti civili di quegli stessi atti, quell’organismo non avrebbe poteri interdittivi o d’interlocuzione. Invero, l’organismo di vigilanza non può avere connotazioni di tipo gestorio, che ne minerebbero inevitabilmente la stessa autonomia: ad esso spettano, piuttosto, compiti di controllo sistemico continuativo sulle regole cautelari predisposte e sul rispetto di esse nell’ambito del modello organizzativo di cui l’ente si è dotato.